Tagliarsi gli fa sentire che ancora sono in grado di provare emozioni di vita.

Il fenomeno del cutting nelle scuole in tempi di pandemia da Covid-19.

“…quando la lama del temperino taglia la pelle e senti che il sangue sale alla vista è li che cominci a sentirti vivere…” Marta

Il cutting è una forma di autolesionismo che comprende una vasta gamma di comportamenti tra cui soprattutto il taglio, e che comincia a diventare un fenomeno importante in questo preciso momento nelle scuole, tra i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni.

Il luogo privilegiato sono le braccia, il 70% sono ragazzine e solo il 19% riesce a smettere sotto supporto psicoterapeutico.

Ma che significato ha tagliarsi?——-

“… mi fa sentire viva”, “… molto meglio il dolore fisico rispetto allo stare male psichico…è molto più piacevole..”, “…senti che sei ancora in grado di provare qualcosa…”.

Mi racconta Marta, ad un colloquio, all’interno dello sportello scolastico.

Per lei tagliarsi è un modo di canalizzare la sua attenzione e percepirsi come un essere vivente. “ Sento di esistere…” mi dice più volte.

Questo fenomeno dirige il suo scopo nel ferirsi quale modalità per mettere fuori dalla propria pelle, dal proprio corpo tutte quelle emozioni che stanno diventando intollerabili: la rabbia, convogliata attraverso un comportamento aggressivo  verso il proprio corpo e la tristezza che indirizza al sentimento di sentirsi distanti dalle relazioni con i compagni. 

E questo succede anche a scuola, sotto il banco mentre la Prof. ssa spiega i versi di Dante in questa giornata a lui incoronata. Mentre la guarda Marta vede che la Prof. sorride, sembra felice e contenta di leggere e parlare di quest’uomo. E più lei è felice più Marta non riesce ad essere empatia. Prova una sensazione di intolleranza, fastidio e distanza da se stessa e dagli altri. Ed è questa sensazione che le fa accendere una lampadina, come quella di Archimende. Mi racconta che è proprio in quel momento che intuisce che una via di fuga c’è: sentire che ancora è in grado di provare piacere. Sentire la lama del temperino che scivola leggera sul suo avambraccio. Sente la sua pelle resistere e lacerarsi: adesso sente e si sente bene.

Scrive Strong (2000): “Danneggiare intenzionalmente un organo così vulnerabile e delicato come la pelle sembra andare contro tutto ciò che sappiamo circa la nostra innata tendenza biologica ad aumentare il piacere ed evitare il dolore. E di tutte le cose che procurano dolore che una persona può fare a se stessa, perché così tante persone, indipendentemente l’una dall’altra, hanno iniziato a usare oggetti taglienti per far uscire sangue dalla pelle?”

Fare del male a sé stessi, in queste condizioni, non è considerabile “violenza” pura, ma “quasi un mezzo per farsi del bene” (Valmorbida, 2015). 

Sul versante neurofisiologico il dolore stimola la produzione di adrenalina. Inoltre c’è qualche evidenza biologica che tagliarsi e bruciarsi possa rilasciare nel cervello oppiacei naturali e altre sostanze chimiche, creando una dipendenza e un ciclo di astinenza. La base biologica della sindrome potrebbe essere connessa con l’azione della serotonina, la quale a sua volta è implicata nell’impulsività (Strong, 2000).  

“Quando mi ferisco posso vedere da dove viene il dolore e guardarlo guarire. E posso facilmente curarlo. Questo dolore non ha un posto specifico. Va in giro e striscia in luoghi strani” 

(Valmorbida, 2015)

Perché tagliarsi? Forse perché il dolore autoprocurato ha la capacità di fare un balzo verso la realtà, funge da ponte tra la sofferenza e la capacità di vedere il mondo emotivo come “normale”.

Perché spesso la violenza fisica rappresenta un linguaggio di comunicazione attraverso il quale ogni individuo sente stesso attraverso il suo stesso corpo.

Perché regola le emozioni e diventa un atto consolatorio attraverso il quale tutto il dolore provato viene esternalizzato al mondo. 

“Uccido il mio corpo poiché esso mi uccide” 

(Platone in Favazza, 2011)

Il proprio corpo viene vissuto come detentore di molte, troppe emozioni che hanno il sapore dell’intollerabile.

Ed allora cosa è possibile fare? Aiutare i ragazzi a ricercare la propria realtà interna, una realtà sensibile ed affettiva che sappia dare certezza di sè.

Molti ragazzi come Marta devono fare i conti con aspetti deflessi dell’umore, altri con vere e proprie forme di ritiro sociale. Molti devono far i conti con le proprie strategie di coping adattivo delegata alla situazione pandemica del COVID-19.

Come ci si accorge se un compagno, un amico o il proprio figlio hanno messo in atto o stanno per mettere in atto atteggiamenti di tipo autolesionisti? 

Per prima cosa l’importanza dei legami sociali, quando questi vengono a mancare e si presentano rabbia eccessiva e umore depresso. Altri segnali sono l’irritabilità e la difficoltà a gestire emozioni ad alta intensità. Di solito si tende a passare molto tempo in luoghi solitari come il bagno o la propria camera e si indossano abbigliamento comodo, largo e a maniche lunghe, anche in contesti fuori stagione.

Bibliografia

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