Cos’è il disturbo da deficit di Attenzione/Iperattività, ADHD.

Cercherò di spiegare con semplici parole alcuni concetti chiave che riguardano l’ ADHD.

Giusto per nutrire la fame di storicità e la sua evoluzione terminologica è giusto ricordare come negli anni questa sintomatologia si sia fatta strada tra numerosi falsi miti e credenze del tutto sbagliate.

Conosciuto come “sindrome da danno celebrare”, “disfunzione celebrare minima”, “disturbo ipercinetico impulsivo” e “disturbo da deficit dell’attenzione”, ci si è ritrovati a formulare spesso diagnosi eccessivamente stigmatizzanti e ad approccio pressoché medicalizzato.

L’ ADHD è un disturbo dello sviluppo neurologico ed è proprio il termine DISTURBO che ci aiuterà a EVIDENZIARE alcune difficoltà legate ai comportamenti e agli apprendimenti. Significa che non siamo dinanzi ad una condizione di MALATTIA, ma piuttosto dinanzi ad una modalità di funzionamento diversa da molte altre.

Le caratteristiche sono da ricercarsi sui livelli di disattenzione, impulsività e/o iperattività che appaiono inadeguati rispetto al livello di sviluppo della persona. Si parla, infatti, di PERSONA e non di soli bambini, proprio perché essendo una caratteristica di funzionamento, queste possono essere presenti sia nei bambini che negli adulti.

Solitamente in età infantile è possibile notare l’insorgenza delle manifestazioni sia cognitive che comportamentali.

Ma in cosa consistono queste caratteristiche?

Solitamente gli esordi sono da rintracciarsi nei primi cinque anni di vita in cui il bambino manca di perseveranza nelle attività che richiedono impegno cognitivo e dalla tendenza a passare da una attività ad un altra senza completare alcuna, insieme a una attività disorganizzata, mal regolata ed eccessiva.

Diverse altre anomalie possono presentarsi associandosi in un unico legame di co-occorrenza.

I bambini ipercinetici sono spesso imprudenti, impulsivi e inclini agli incidenti e vanno incontro a incapacità di gestione del proprio comportamento per mancanza di capacità di riflessione piuttosto che a deliberata disobbedienza. Capita spesso che essi vengano isolati dagli altri e attirare la categorizzazione impopolare tra i propri compagni di classe. I loro rapporti con gli adulti sono spesso disinibiti ma riconoscono l’autorevolezza della figura adulta.

Piuttosto risultano spesso compromissioni sullo sviluppo motorio e del linguaggio con possibili complicanze sul comportamento antisociale e la scarsa autostima.

La prevalenza si aggira tra il 3 e il 7,5% della popolazione bambini in età scolare, secondo diversi studi ogni anno vengono vengono diagnosticati da 1,4 a 3 milioni di bambini in tutto il mondo.

E’ più comune tra i maschi che tra le femmine, ma proprio in queste ultime possono sussistere manifestazioni più gravi.

Solitamente si manifesta prima dei 7 anni. I bambini che da piccoli sono agitati da adulti si rendono probabilmente conto di avere bisogno di inserire nelle proprie vite una grande quantità di attività. In alcuni casi l’agitazione sperimentata da adulti può condurre a risultati estremamente positivi  consentendo alla persona di raggiungere buone posizioni di lavoro e di occuparsi contemporaneamente  di più progetti lavorativi trasmettendo una forte energia a tutto l’ambiente circostante.

Ma quali sono le sfide che ogni giorno vanno affrontate?

I sintomi di disattenzione possono rappresentare una certa difficoltà in quanto devono compiere uno sforzo notevole per poter rispettare le scadenze, organizzarsi, assegnare importanza e priorità ai vari compiti da svolgere e soprattutto nella gestione del proprio tempo. I maggiori ostacoli sono rappresentati proprio dalla gestione del tempo e e dalla negligenza nell’iniziare, completare e modificare i vari compiti.

gli effetti sul piano emotivo riguardano le difficoltà di auto-regolazione e la sensazione di essere travolti o fuori controllo.

Per quanto riguarda l’impulsività negli adulti invece, le conseguenze ricadono più sul piano emotivo legato direttamente al senso di infelicità. questo perché sono frequenti i comportamenti che non permettono una continuità, attuando comportamenti direttamente legati all’incapacità di instaurare relazioni stabili sia in ambito romantico che lavorativo.

Il dolore e la sofferenza riguardano per lo più le relazioni sociali, amicali e sentimentali.

”Arrivo sempre in ritardo”, “Non amo svolgere attività rilassanti..”, “Spesso mi dimentico degli appuntamenti…”, “Arrivo spesso in ritardo..”, “Mi arrabbio spesso e non so controllarmi…alla fine mi mollano tutte”.

In letteratura si trovano diversi approcci di trattamento di tipo psicoterapeutico  e farmacologico, spesso vanno integrati sulla base della gravità dei sintomi e su quanto questi possano compromettere le proprie relazioni sociali e lavorative.

Un approccio più moderno prevede l’introduzione di tecniche come la mindfullness e modelli di funzionamento metacognitivo.

Va ricordata l’importanza della componente psicoeducativa che si rivela spesso un elemento chiave del successo terapeutico e i clienti, i loro genitori o i familiari potrebbero avere bisogno di un training sui modi più efficaci di sostenere chi soffre di ADHD.

Ravera C., M.G. Calevo & Saccomani L. (2004). Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD): follow-up di una casistica. Giornale di Neuropsichiatria dell’Età Evolutiva, 24, 153-158.

Bernabei P., Romani M. & Levi G. (1995). ADHD: sintomo o sindrome? Psichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, 62, 359-366.

Graziani A. & Romani M. (1992). Rischio emotivo e Disturbo da Deficit dell’Attenzione- Iperattività. Psichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, 59, 609-614.

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