Pillole di ADHD per adulti che vogliono supportare i ragazzi.

Consigli per l’uso.

  • La parola d’ordine è comprensione. Bisogna prima di tutto imparare a conoscere la sintomatologia ADHD, e come i sintomi si scontrano con la quotidianità dei ragazzi. 
  • I comportamenti mentre accadono lasciano trasparire la motivazione a quel comportamento. 
  • Bisogna sempre organizzare l’ambiente, strutturarlo affinché possano essere ben supportate le attività pratiche per l’apprendimento dei nuovi comportamenti.
  • L’aiuto potente comporta organizzare nuove strategie, aumentare al massimo la concentrazione e identificare gli elementi di stress. La sua autostima migliorerà e sarà pronto per relazioni più sane.
  • Parla con lui discutendo dei suoi punti di forza e coinvolgilo nel prendere decisioni.
  • Valuta insieme  a lui nuove strategie, valutatele insieme e prendete decisioni.
  • Stai attento ad adeguare le tue aspettative alle reali possibilità, fagli svolgere piccoli compiti con tempistiche brevi e tempi precisi. Ricordati di dargli pause  e i supporti necessari.
  • Proponigli istruzioni chiare e aiutalo a ricordare quelle precedenti.
  • icordati la cosa più importante e cioè che la vera “cura” per le difficoltà comportamentali è trattare con cura, avere cura, prendere cura dei bambini e dei ragazzi. 

Si gioca tutto nella relazione che instaurerai.

La plusdotazione: chiarimenti per i docenti su come osservarla.

???Bambini (Alunni) ad alto potenziale???

Il modello tripartito (Pfeiffer,2003) viene incontro a tutti i docenti per imparare ad osservare gli alunni attraverso tre lenti:

La lente dell’elevata abilità intellettiva;
Una lente psicometria (in mano prevalentemente a psicologi e neuropsichiatri) che ne misura il QI, ma che ha come punto critico il non tenere in considerazione l’influenza del contesto , la traiettoria delle scelte e dello sviluppo;

La lente dei risultati eccezionali;
La buona riuscita in uno o più domini dell’apprendimento. Sono studenti veloci e precoci, ma anche notevolmente creativi. Si valutano: notevole motivazione, persistenza e passione per lo studio. Punto nevralgico per le scuole è offrire loro percorsi didattici arricchiti e notevolmente sfidanti.

La lente del potenziale per eccellere.
L’insieme delle condizioni familiari sfavorevoli, quelle culturali e quelle economiche svantaggiate che possono offrire sollecitazioni adeguate.

Questo modello di osservazione permette di identificare ogni singolo alunno sulla base di tre livelli di abilità e competenze, caratteristiche temperamentali e di personalità. Punti di forza del modello sono la capacità di mettere in chiaro la dinamicità insita nel costrutto di plusdotazione ed evidenziare che l’intelligenza non è l’unico fattore per l’eccellenza senza tempo, pazienza, passione ed impegno.

Gli STRUMENTI in dotazione ai DOCENTI sono:

GIFTED RATIN SCALES: un questionario disponibile in versioni da 4-6 anni e 6-13 anni, suddiviso in scale. Dall’analisi delle risposte è possibile evidenziare un punteggio circa la possibilità di un alto potenziale;

IL PROFILO RISCHI E RISORSE DELLO STUDENTE:
una cecklist di supporto ai docenti che stimola a fare ipotesi sulle motivazioni che rendono difficile per lo studente approcciarsi in modo costruttivo agli apprendimenti e a mettere un focus sulle proprie risorse.

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Pillole di scuola e compiti a casa

Suggerimenti per favorire attenzione e concentrazione

 

Primo passo fondamentale è prendere in considerazione l’ambiente di lavoro.

Mi capita spessissimo durante i colloqui con i genitori di sentirmi dire che i propri figli si distraggono continuamente durante i compiti…(svariate sono le motivazioni, dalla televisione alla bottiglia d’acqua, etc.)

Come primo passaggio diventa importante costruire un luogo in cui tante fonti di distrazione e la mancanza di una buona illuminazione possono influire significativamente sulla durata del periodo di studio. L’illuminazione è un elemento fondamentale in quanto deve essere tale da non sollecitare esageratamente il canale visivo evitando cosi di ridurre la fatica oculare.

La prima regola è che per favorire il processo attentivo bisogna eliminare gli stimoli ambientali superflui.

Tuttavia vi sono stimoli che non possono essere eliminati come ad esempio il rumore dell’aspirapolvere, delle stoviglie, ma anche gli uccelli che cinguettano, il fratello più piccolo che piange o fa capricci… Di certo i primi esempi possono essere modulati all’interno dei compiti giornalieri familiari.

La seconda regola è scegliere un luogo di studio idoneo ben strutturato ma poco affollato.

Per alcuni andrà bene la scrivania collocata nella propria stanza, creando un ambiente più tranquillo. Per altri l’impulsività si prenderà gioco della concentrazione pertanto è sconsigliato un luogo dove sia difficile osservarlo.

Vediamo un po’ di idee e suggerimenti per non scoraggiare l’attenzione dai compiti:

  • Interrompere stimoli sonori che posano ad intermittenza interrompere la concentrazione, ad esempio TV, suonerie dei cellulari etc;
  • Evitare che i fratelli possano entrare nel raggio visivo e uditivo;
  • Ridurre al minimo tutti i ronzii presenti come ad esempio ventilatori e o condizionatori ( in questo caso meglio utilizzare la funzione sleep, e tappate la piccola spia di accenzione con del nastro;
  • Utilizzate una scrivania priva di oggetti che non siano utili al lavoro da svolgere, meglio se poggiata ad una parete, ma priva di stimoli visivi come foto, poster e finestre;
  • Utilizzare le funzioni di disattiva notifica sia nei PC che nei telefonini, meglio e queti siano posizionati dietro la postazione.;
  • Mi raccomando, penne e matite, evidenziatori, colori, temperini e squadrette devono essere sempre di numero adeguato, evitare di lasciare astucci o cestini che li contengano.

Mi raccomando, queste regole definite non devono mai essere rigide. Fare i compiti è un lavoro importante che prevede orari flessibili basati, ad esempio, sull’umore e che tengono i nostri ragazzini impegnati per un periodo di tempo che può essere variabile, basato ad esempio sul lavoro assegnato dai docenti. Ci sono ragazzini che hanno necessità di essere inquadrati prima, altri hanno bisogno di motivazione.

Per evitare scontri parlate con lui dell’ora che sembra più adatta per iniziare, deve andare bene per entrambi. Questo accordo prevederà dei sacrifici.

In ordine al tempo necessario per eseguire eccovi una proposta: un bambino che frequenta la terza elementare può studiare in circa 30/40 minuti. Più si va avanti più il tempo aumenta, ma non raddoppia. Ricordiamoci che il tempo concordato è un tempo che un bambino con ADHD può ridurre drasticamente in 10/12 minuti. Qui bisogna intervenire sul carico di lavoro. Se finisce in poco tempo sarete voi genitori che fornirete lui degli elementi di potenziamento quale può essere un testo da leggere, un film da vedere su argomenti pertinenti della storia, geografia e così via.

Utile strumento per potenziare e stimolare questa strutturazione è il rinforzo positivo. Durante la contrattazione su orari di inizio/fine, giorni e qualità del lavoro, contrattate anche dei piccoli rinforzi,  settimanale, bisettimanale, trisettimanale e mensile. Ad ogni step riceverà un premio concordato insieme cos’ come alla fine. Ricordatevi di come eravate felici voi genitori quando al 356^ punto avreste guadagnato la pentola a vapore o la macchina del caffè. Bhè, vale lo stesso per i ragazzi con ADHD.

La terza regola è che  i risutati arrivano a lungo termine.

Per cui abbiate pazienza, perseverate e non perdete di mira i vostri obiettivi, i ragazzi nel lungo termine avranno dgli ottimi risultati non solo sulla sfera dei compiti, ma anche u aspetti collaterali della loro vita.

Metodo di Studio alternativo per l’Apprendimento, nei DSA. Imparare la poesia.

Focus su abilità cognitive legate alla discriminazione alla memoria visiva.

Si è molto discusso, e ancora molto di discute, sull’opportunità di fare imparare a memoria a scuola.

Uno dei compiti della memorizzazione è strettamente connessa alla reiterazione del processo di apprendimento di un dato elemento, che sia matematico o narrativo.

Tra le strategie di apprendimento ve ne sono diverse ed una spicca proprio per la sua relazione con la memoria. 

Si chiama apprendimento mnemonico ed è basato su tecniche che aiutano tutti gli studenti a memorizzare i contenuti come fatti o termini specifici. Soprattutto sono utilissime per memorizzare dati privi di significato come memorizzare le maiuscole e le date importanti. Proprio qui le strategie mnemoniche forniscono ad ognuno lo strumento per stabilire il grado di significato.

La tecnica è valida? Si, ampiamente dimostrato!!! Per tre motivi:

– Doppia codifica: molte di queste strategie implicano l’uso di codici non verbali (immagini) in associazione con codici verbali (parole). Ciò significa che il contenuto stesso è codificato in due modi distinti. Secondo i principi di connessione, ciò faciliterebbe l’accesso alle informazioni.

– Organizzazione: un altro modo di lavorare con queste strategie è creare un contesto coerente in cui adattare le informazioni. Ciò rende possibile che le informazioni siano collegate tra loro, invece di essere frammentate. Ad esempio, è più facile per noi ricordare un elenco di parole se formiamo una frase con loro.

– Associazione: la formazione di intense relazioni tra gli elementi è anche un’opzione per un apprendimento significativo. Le associazioni intense aiutano perché quando vediamo un elemento dei due, ci ricordiamo facilmente l’un l’altro.

Per stimolare l’apprendimento mnemonico si possono utilizzare diverse strategie, noi sviluppiamo con successo quella legata alla memoria visiva che sfrutta la capacità, innata, di ricordare attraverso le immagini.

La nostra esperienza del mondo e  la capacità che ne consegue di sopravvivervi sono state legate alla vista oltre che ad altri organi sensoriali.

Utilizziamo la memoria visiva per ricordare immagini, parole e concetti: la poesia, quella da imparare a memoria tra i compiti per casa può essere appresa attraverso l’utilizzo della memoria visiva.

Per utilizzare la memoria visiva occorre trasformare le parole in immagini, la sequenza di parole in sequenza di immagini attraverso un lavoro creativo alla quale è divertente lasciarsi abbandonare durante l’orario di studio che fisiche, così, col diventare anche divertente.

Il lavoro creativo consiste nello strutturare un’aspetto logico che prevede di non trasformare ogni singola parola in immagine, ma trovare una immagine che riconduca ad un gruppo di parole e questo avviene solo se hai compreso e sintetizzato il testo scritto.

In seconda battuta vi è un atto creativo che da forma e immagine al pensiero, alla descrizione del testo o del concetto che esprime.

Questo lavoro predispone meglio il cervello a memorizzare sfruttando la memoria fotografica del cervello.

Le immagini scelte tra le tante immagini che possono essere rintracciate dai maggiori portali internet hanno dei richiami specifici che riguardano il contenuto emotivo, la presenza di una attività o di una azione non statica e la prospettiva che prevede un coinvolgimento dentro/fuori dal contesto.

Perche utilizzarle con i soggetti DSA? Perché soprattutto i dislessici sono molto più abili sul canale visivo sia nell’organizzare le informazioni che nel ricordarle.

Ecco un esempio attraverso il quale Samuele è riuscito ad imparare la sua poesia (compito per casa) in breve tempo, in modo possibile e divertente e che lo aiuta a conoscere meglio le potenzialità del digitale ( che non fa male, se lo si usa con la dovuta accuratezza).

 Il treno degli emigranti. G Rodari

Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio,

per non restar solo in viaggio…

Un vestito, un pane, un frutto

e questo è tutto.

Ma il cuore no, non l’ho portato:

nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire,

oltre il mare non vuole venire.

Lui resta, fedele come un cane,

nella terra che non mi dà pane:

un piccolo campo, proprio lassù…

Ma il treno corre: non si vede più.

 

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Intervento a scuola su stereotipi e pregiudizi

“ Maestra quel bambino fa puzza di circo e da quando è sbarcato a Catania non si è mai lavato… Io non mi ci siedo nella classe dove c’è lui!”

Mai come oggi la scuola e la famiglia dovrebbero essere uniti nella lotta ai pregiudizi per favorire nei bambini e nei ragazzi curiosità e inclusione dell’altro.

Questi esempi, come quello sopra citato, stanno tornando nuovamente a scuotere gli equilibri di una normalità dilagante. Ebbene si, cosa c’è di più normale di una società fatta di uomini?

Questa è una domanda che trova risposte solo se guardiamo il rovescio della medaglia, dove la normalità è mista solo al pandoro a Natale e alla colomba a Pasqua. 

Il razzismo è un fenomeno che si basa sull’idea, che esistano differenze biologiche le quali definirebbero alcune razze superiori rispetto ad altre.

Ma questa definizione non ha nessun connotato scientifico!!

Il problema che affligge la società è una patologia severa che ha a che fare con la percezione degli altri.

Questo trascina a catena quel pregiudizio sugli Altri, una radice che giudica e che crea tutte quelle credenze sino a generare valutazioni sugli esseri umani che sono diversi da se stessi.

Il problema più grande è che queste organizzazioni mentali che nel passato hanno portato al razzismo e che se continuano ad assecondare ci porteranno ad una sua nuova versione che non porterebbe a dei frutti dolci da mangiare.

Inutile partire degli adulti, loro sono belli che imbavagliati ed adirati per i fatti loro.

E’ dai bambini che bisogna partire, dalla loro dimensione cognitiva. Quando si giunge all’età di 7 anni i bambini giungono allo stadio del pensiero flessibile e meno legato alla rigidità e persistenza dei pregiudizi e degli stereotipi. I bambini iniziano a valutare le differenze come aspetti positivi per poi successivamente discriminarne gli aspetti che li portano a conoscere cose nuove.

Oltre la dimensione del pensiero va considerato un altro importante fattore che è quello dell’assorbimento.

Loro assorbono dall’ambiente, dai social, dalla TV e dal gruppo di amici, compreso quello dei propri genitori. L’assorbimento delle informazioni ha delle ricadute sui pensieri e sugli atteggiamenti nonché sui comportamenti dei bambini. Quindi è importante che gli adulti dalla quale sono circondati siano un esempio sul piando dialettico e comportamentale.

E la scuola?

Ricordandoci che in età scolare la dimensione del gruppo dei pari è di grande importanza, a scuola si possono attuare e svolgere diverse attività.Parlare di razzismo sfruttando la loro curiosità e la loro voglia di aprirsi, effettuando il brainstorming  o un circe-time.

La cosa da non dimenticare è che la modificazione comportamentale è molto più efficace quando è accompagnata dalla riflessione e dal dialogo, piuttosto che attraverso l’imposizione, fredda, delle norme.

Esiste una attività, il cooperative learning, il quale oltre che attivare la curiosità dei ragazzi, facilita l’inclusione e la reciproca conoscenza solidificando sia le relazioni tra i gruppi che l’identità della classe.

Bibliografia

Arcuri L. (1995). Manuale di Psicologia Sociale. Il Mulino: Bologna.

Arcuri, L., & Cadinu, M. R. (1998). Gli stereotipi. Il Mulino: Bologna.

Kardiner, A., (1973). Le frontiere psicologiche della società. Il Mulino: Bologna.

Linneo, C. (1975). Prima Edizione. Systema Naturae. Theodorum Haak: Rotterdam.

Mazzara, B. M., (1997). Stereotipi e pregiudizi. Il Mulino: Bologna.

Piaget, J., (1999). La nascita dell’intelligenza nel bambino. La Nuova Italia: Venezia.

Tajfel, H. (1999). Gruppi Umani e Categorie Sociali. Il Mulino: Bologna.

TEMPO DI P.D.P. Piano Didattico Personalizzato

“Ho solo lottato contro una scuola che non mi ha messo nelle condizioni di fare uno sbalzo, quello sbalzo in più per studiare anche io come studiano gli altri…”

Sempre più spesso mi viene richiesto quale sia il momento migliore per elaborare il PDP. 

La risposta non tarda ad arrivare: il prima possibile. 

Da distinguersi sono i momenti di redazione. 

La redazione di un PDP va fatta al momento in cui ci si trova davanti ad una diagnosi (da parte del professionista privato o da parte della struttura pubblica A.S.P.), la quale attesta che in quel dato momento la persona che abbiamo di fronte, che si tratti di un bambino o che si tratti di un ragazzino è stato sottoposto ad una serie di attività cliniche, strumentali e non, e si trovi in condizione di deficit delle aree specifiche dell’apprendimento. 

Lettura, scrittura e calcolo sono le aree maggiormente categorizzatili all’interno dei Disturbi Specifici dell’ Apprendimento, altrimenti citabili con la sigla D.S.A. o nominabili (come piace scrivere ai bambini con deficit) diesseha!!!.

Il PDP è lo strumento principe per sviluppare una richiesta congiunta da parte della famiglia e della scuola, dei genitori e dei docenti. Questa distinzione può risultare utile laddove si mettano in evidenza due concetti chiave: individuazione e personalizzazione della didattica. 

La motivazione è semplice: i bambini con tali caratteristiche non devono essere trattati per essere uguali agli altri, ma bensì per assumere una posizione di equità con gli altri. 

Immaginate due bimbi, uno è più alto dell’altro e non per questo è migliore o peggiore. Nessuno dei due presenta una patologia della postura o una patologia dell’ apparato muscolo scheletrico. 

Ognuno dei due presenta delle caratteristiche fisiche che sono espressione delle loro caratteristiche biologiche (non diamone una responsabilità a loro).

Cosa succede se andando ad un concerto, siamo arrivati in ritardo?

Quello più alto vede benissimo, l’altro tra poco piange, non solo perché non riesce a vedere  il suo cantante preferito, ma perché gli altri riescono a fare quello che lui non può, sapendo che non è meno intelligente. 

Allora ecco che arriva il papà con la mamma con in mano uno sgabello. Su quello sgabello c’è l’adesivo che  tutti desiderano: “I Want You…” con l’ icona della maestra di italiano che punta il dito dritto tra i tuoi occhi. Sotto l’adesivo, serigrafato il nome “P.D.P.”. 

E così con uno sforzo pari a quello di uno sbalzo ecco che si apre un mondo nuovo fatto di colori, di suoni, di risate, di divertimento: possibilità di sentirsi come gli altri.

Ecco il PDP: il passo verso l’equità.

Genitori ed insegnanti si incontrano, si ascoltano e si impegnano per dare a questi bambini la possibilità di essere come gli altri sono, di avere la possibilità domani di riuscire ad accorgersi che gli errori sono atti possibili e che ognuno di noi dovrebbe avere il coraggio di correggere (senza drammi e senza penne rosse). 

“Abbattersi corrisponderebbe ad un fallimento, ed io che ho fallito fino ad oggi, ora non voglio fallire più”. 

Mi dice Sofia, con lo sguardo di chi ha capito che non è lei che è sbagliata (perché lei si sente sbagliata) e che non è una ragazza malata. 

Il PDP è uno degli strumenti che fanno parte della valigia degli attrezzi di ogni docente all’interno di ogni scuola. Vuole essere una regolazione della didattica, una evoluzione di un metodo di insegnamento tante volte stanco e ormai vecchio che non tiene conto delle capacità forti che ogni ragazzino ha. 

E’ per questa ragione che questo strumento viene applicato secondo la  legge: infatti, in base alla L. n. 170/10, al decreto attuativo n. 5669/11 ed alle Linee Guida annesse, per gli alunni con DSA è prevista obbligatoriamente la stesura di un PDP contenente gli strumenti compensativi e le misure dispensative necessarie al successo scolastico dell’alunno. 

Tale documento ha pieno valore formale e quanto in esso viene trascritto sarebbe garantito anche in sede di verifiche e di esami finali.

Ma una buona scuola, un buon docente sa che la sua propria flessibilità di pensiero permette di esprimersi e di orientarsi verso tutti quei casi che, anche se solo per un breve periodo, possono presentare difficoltà non strettamente legate ad una condizione neurobiologica come il D.S.A..

Una direttiva ministeriale (Dir. 27/12/2012) ci illumina su tutta una serie di categorie di difficoltà legate a caratteristiche temporanee, per brevi periodi.

Possono esserci deficit del linguaggio, delle abilità non verbali, della coordinazione motoria, dell’attenzione e dell’iperattività.

 In altri casi, invece, sono riconducibili a diverse forme di svantaggio derivante da disagi economici e sociali, linguistici o culturali, come ad esempio i bambini e i ragazzi che vivono importanti forme di marginalità o che sono da poco arrivati in Italia.

Il periodo migliore per la rielaborazione del P.D.P è sicuramente Novembre: i bambini ed i ragazzi si sono ben riorganizzati e hanno iniziato i nuovi argomenti e stanno sviluppando le strategie per attraversare il nuovo anno scolastico. 

Ecco che qui ci si riorganizza e redige il percorso didattico personalizzato (PDP) migliore per ogni soggetto, vestito attorno alle sue caratteristiche e tenendo conto delle relazioni che intreccia all’interno del contesto classe, un contesto variegato dove includere tutte le più differenti differenze che ogni bambino possiede e dove rendere sempre esplicite le proprie risorse.

“…con difficoltà in classe le mie professoresse hanno messo in evidenza i miei punti di forza, sono sempre stata additata come quella che non sapeva svolgere l’esercizio da sola o come quella che aveva la possibilità di usare la calcolatrice, non ho mai avuto modo di far vedere quanto valgo…”.

Sofia ci insegna una cosa importante: la scuola sta subendo un cambiamento importante.

La didattica si sta evolvendo verso frontiere che ancora in troppi pochi docenti hanno la forza di intraprendere. Insegnare è il mestiere più difficile del mondo, fare il docente è una responsabilità non indifferente. Essere un formatore oggi è una funzione di accompagnamento inscindibile dalla persona che lo esplica.

Fonti consultabili:

La direttiva ministeriale sui BES – Bisogni Educativi Speciali (Dir. 27/12/2012);

 CM n. 8/13

nota n. 2563/13.

DPR n. 275/99 e della L. n. 53/03.

L. n. 170/10

Decreto attuativo n. 5669/11

Autoregolazione, perché è tanto facile sbagliare.

“ Quante volte ti ho detto che devi comportarti in un altro modo?”, “Perchè non ti controlli?”, “Stai fermo..!”, “ Stai buono e comportati in modo educato..”, “ Mi fai girare la testa..”, “Ora chiedo al dottore di scrivermi qualcosa perché mi stai facendo impazzire”..

Queste sono tra le più comuni frasi che mi sento dire con più frequenza quando un genitore viene a trovarmi in studio. E non è facile spiegare, che per risolvere una buona parte di alcune difficoltà, l’impegno dei genitori alla comprensione dei processi psicologici è necessaria.

Facciamo chiarezza sul concetto di autoregolazione, cosa è e da dove nasce.

Per parare di una tematica cosi importante e di noto interesse ai giorni nostri, più che mai se ne parla dappertutto, dalla scuola al cinema per ragazzi, è doveroso rievocare memorie di qualche secolo fa.

Il più noto Piaget già nel 974 distingueva tre diverse tipologie di autoregolazione.

Queste, sempre attuali, sono l’autoregolazione autonoma, attiva e cosciente.

L’ autoregolazione autonoma ha a che fare con la capacità di un bambino molto piccolo di modulare le sue azioni, il suo comportamento in relazione ai diversi contesti in cui vive, gioca, fa sport o studia.

La regolazione attiva si riferisce alla modalità di esplorazione del bambino nell’ambiente  o di un oggetto attraverso la procedura di prova ed errori o più comunemente chiamata imparare facendo.

La regolazione cosciente riguarda la capacità del bambino di  formulare ipotesi trail proprio comportamento e la risposta dell’ambiente.

Altro noto autore, Vygotskij, spiegava il meccanismo dell’autoregolazione attraverso l’aiuto derivato dai comandi linguistici  che il bambino riceve in modo contestuale nel e dal sistema sociale. L’acquisizione di un linguaggio più competente, sia da un punto di vista lessicale che sintattico, agevola il bambino ad acquisire un linguaggio interno in grado di regolare il proprio comportamento . Un esempio molto semplice è rappresentato dallo stimolo che un adulto induce con la frase “prendi quella palla gialla..”, accompagnando questa verbalizzazione con un gesto indicativo o avvicinandoci all’oggetto.

Questo permette di evidenziare uno sviluppo dell’autoregolazione attraverso lo schema seguente:

 

Dal punto di vista operativo, questo modello consente di interpretare diverse difficoltà nei bambini con ADHD, tutte in funzione del comportamento da attuare, delle risorse attentive da utilizzare, della motivazione, della fiducia nell’impegno e nello sforzo, della capacità di pianificare un percorso di risoluzione di una difficoltà.

Si fa cenno, doverosamente, alle funzioni esecutive ed i loro processi ( attenzione e concentrazione) e a tutte le abilità cognitive utili quali le strategie di pianificazione e la flessibilità  cognitiva, nonché al controllo dell’impulsi e l’inibizione della risposta.

Il perno dell’iperattività e dell’impulsività è identificabile nelle operazioni del sistema cognitivo il quale viene denominato sistema esecutivo. Il sistema esecutivo si trova all’interno della memoria di lavoro ed ha una specifica mansione quale quella di controllare l’azione attraverso l’utilizzo di del Sistema Attentivo Superiore (SAS). Tale sistema è costituito da due processi complementari i quali operano nella selezione e nel controllo dell’azione, infatti mentre il primo presiede alla routine automatizzata dell’azione, pertanto non abbisogna di particolare attenzione, il secondo, interviene nelle situazioni nuove, più difficili e con necessità di più attenzione in quanto molto cosciente.

L’iperattività e i disturbi dell’attenzione, Margheriti M., Sabbadini G. – In Manuale di Neuropsicologia dell’età evolutiva (a cura di G. Sabbadini) Zanichelli, 1995

Processi cognitivi – Attenzione, percezione, memoria e pensiero, T. Malin Edizioni Erickson

Il bambino con deficit di attenzione/iperattività – Diagnosi psicologica e formazione dei genitori, Vio, Offredi, Marzocchi Edizioni Erickson, Trento 1999

Cos’è il disturbo da deficit di Attenzione/Iperattività, ADHD.

Cercherò di spiegare con semplici parole alcuni concetti chiave che riguardano l’ ADHD.

Giusto per nutrire la fame di storicità e la sua evoluzione terminologica è giusto ricordare come negli anni questa sintomatologia si sia fatta strada tra numerosi falsi miti e credenze del tutto sbagliate.

Conosciuto come “sindrome da danno celebrare”, “disfunzione celebrare minima”, “disturbo ipercinetico impulsivo” e “disturbo da deficit dell’attenzione”, ci si è ritrovati a formulare spesso diagnosi eccessivamente stigmatizzanti e ad approccio pressoché medicalizzato.

L’ ADHD è un disturbo dello sviluppo neurologico ed è proprio il termine DISTURBO che ci aiuterà a EVIDENZIARE alcune difficoltà legate ai comportamenti e agli apprendimenti. Significa che non siamo dinanzi ad una condizione di MALATTIA, ma piuttosto dinanzi ad una modalità di funzionamento diversa da molte altre.

Le caratteristiche sono da ricercarsi sui livelli di disattenzione, impulsività e/o iperattività che appaiono inadeguati rispetto al livello di sviluppo della persona. Si parla, infatti, di PERSONA e non di soli bambini, proprio perché essendo una caratteristica di funzionamento, queste possono essere presenti sia nei bambini che negli adulti.

Solitamente in età infantile è possibile notare l’insorgenza delle manifestazioni sia cognitive che comportamentali.

Ma in cosa consistono queste caratteristiche?

Solitamente gli esordi sono da rintracciarsi nei primi cinque anni di vita in cui il bambino manca di perseveranza nelle attività che richiedono impegno cognitivo e dalla tendenza a passare da una attività ad un altra senza completare alcuna, insieme a una attività disorganizzata, mal regolata ed eccessiva.

Diverse altre anomalie possono presentarsi associandosi in un unico legame di co-occorrenza.

I bambini ipercinetici sono spesso imprudenti, impulsivi e inclini agli incidenti e vanno incontro a incapacità di gestione del proprio comportamento per mancanza di capacità di riflessione piuttosto che a deliberata disobbedienza. Capita spesso che essi vengano isolati dagli altri e attirare la categorizzazione impopolare tra i propri compagni di classe. I loro rapporti con gli adulti sono spesso disinibiti ma riconoscono l’autorevolezza della figura adulta.

Piuttosto risultano spesso compromissioni sullo sviluppo motorio e del linguaggio con possibili complicanze sul comportamento antisociale e la scarsa autostima.

La prevalenza si aggira tra il 3 e il 7,5% della popolazione bambini in età scolare, secondo diversi studi ogni anno vengono vengono diagnosticati da 1,4 a 3 milioni di bambini in tutto il mondo.

E’ più comune tra i maschi che tra le femmine, ma proprio in queste ultime possono sussistere manifestazioni più gravi.

Solitamente si manifesta prima dei 7 anni. I bambini che da piccoli sono agitati da adulti si rendono probabilmente conto di avere bisogno di inserire nelle proprie vite una grande quantità di attività. In alcuni casi l’agitazione sperimentata da adulti può condurre a risultati estremamente positivi  consentendo alla persona di raggiungere buone posizioni di lavoro e di occuparsi contemporaneamente  di più progetti lavorativi trasmettendo una forte energia a tutto l’ambiente circostante.

Ma quali sono le sfide che ogni giorno vanno affrontate?

I sintomi di disattenzione possono rappresentare una certa difficoltà in quanto devono compiere uno sforzo notevole per poter rispettare le scadenze, organizzarsi, assegnare importanza e priorità ai vari compiti da svolgere e soprattutto nella gestione del proprio tempo. I maggiori ostacoli sono rappresentati proprio dalla gestione del tempo e e dalla negligenza nell’iniziare, completare e modificare i vari compiti.

gli effetti sul piano emotivo riguardano le difficoltà di auto-regolazione e la sensazione di essere travolti o fuori controllo.

Per quanto riguarda l’impulsività negli adulti invece, le conseguenze ricadono più sul piano emotivo legato direttamente al senso di infelicità. questo perché sono frequenti i comportamenti che non permettono una continuità, attuando comportamenti direttamente legati all’incapacità di instaurare relazioni stabili sia in ambito romantico che lavorativo.

Il dolore e la sofferenza riguardano per lo più le relazioni sociali, amicali e sentimentali.

”Arrivo sempre in ritardo”, “Non amo svolgere attività rilassanti..”, “Spesso mi dimentico degli appuntamenti…”, “Arrivo spesso in ritardo..”, “Mi arrabbio spesso e non so controllarmi…alla fine mi mollano tutte”.

In letteratura si trovano diversi approcci di trattamento di tipo psicoterapeutico  e farmacologico, spesso vanno integrati sulla base della gravità dei sintomi e su quanto questi possano compromettere le proprie relazioni sociali e lavorative.

Un approccio più moderno prevede l’introduzione di tecniche come la mindfullness e modelli di funzionamento metacognitivo.

Va ricordata l’importanza della componente psicoeducativa che si rivela spesso un elemento chiave del successo terapeutico e i clienti, i loro genitori o i familiari potrebbero avere bisogno di un training sui modi più efficaci di sostenere chi soffre di ADHD.

Ravera C., M.G. Calevo & Saccomani L. (2004). Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (ADHD): follow-up di una casistica. Giornale di Neuropsichiatria dell’Età Evolutiva, 24, 153-158.

Bernabei P., Romani M. & Levi G. (1995). ADHD: sintomo o sindrome? Psichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, 62, 359-366.

Graziani A. & Romani M. (1992). Rischio emotivo e Disturbo da Deficit dell’Attenzione- Iperattività. Psichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, 59, 609-614.